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Associazione Coscienza Spirituale "Sole e Luna"

martedì 15 marzo 2016

Indigeni della Valle dell'Omo a rischio: la tragedia della diga Gibe III in Etiopia

diga etiopia

Un’istanza contro Salini Impregilo S.p.A. per la costruzione della diga Gibe III: a presentarla all’OCSE è Survival International perché quella diga non farà altro che distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga messa a punto dal gigante del settore ingegneristico italiano, infatti, ha già messo fine alle esondazioni stagionali del fiume Omo, da cui 100mila indigeni dipendono direttamente per abbeverare le mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100mila vi dipendono indirettamente.

In più, gli esperti ipotizzano che quella diga potrebbe segnare la fine anche del lago Turkana, il più grande lago del mondo in un luogo desertico, con ovvie conseguenze catastrofiche per altri 300mila indigeni. Il fiume Omo in Etiopia a monte del quale la diga è stata costruita, infatti, sfocia proprio nel lago Turkana, in Kenya.

Salini Impregilo è accusata di non aver chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga. Inoltre, ha affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali: una promessa che non si è mai concretizzata, tanto che ora migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

diga etiopia 1

UN PO’ DI DATI - La diga Gibe III, da 5 miliardi di dollari, è alta 246 metri, un invaso di 200km quadrati e 14miliardi di metri cubi di acqua. A regime genererà 1.870 megawatt (MW) di energia elettrica e utilizzerà 175mila ettari di terreni precedentemente usati da pastori e piccoli agricoltori. L’impianto è ad oggi la più grande centrale idroelettrica d’Africa, un progetto finanziato in gran parte dalla Cina e dalla Banca Mondiale, e si trova in una regione che è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.

Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare”. Quando la diga entrerà in funzione, infatti, l’impatto sull’ambiente sarà visibile a tutto raggio: quando bloccherà il corso del fiume ci saranno cambiamenti a livello ambientale e, come se non bastasse, anche a livello sociale, perché le popolazioni locali cominceranno a lottare tra loro per l’acqua.

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate”.
Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato il Direttore generale di Survival International Stephen Corry. “A migliaia ora rischiano di morire di fame perché la più grande e famosa impresa costruttrice italiana non ha pensato che i diritti umani meritassero il suo tempo e la sua attenzione. Le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello ‘sviluppo’ del paese – vergognosamente sostenuta dalle agenzie per lo sviluppo di nazioni occidentali tra cui Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti – sono sotto gli occhi di tutti. Derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte”.

Intanto, questa settimana, il Presidente della Repubblica Mattarella è in visita in Etiopia. Survival International chiede al Presidente di usare la sua influenza per garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni della valle dell’Omo.

Noi nel frattempo cosa possiamo fare? Sul sito di Survival ci consigliano di

- inviare una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo;

- effettuare una donazione per sostenere la campagna di Survival per le tribù della Valle dell’Omo e altri popoli minacciati;

- oppure diffondere il video “Arrivano i nostri!”, un breve filmato che racconta la storia dei popoli indigeni distrutti nel nome dello “sviluppo”.

Germana Carillo

Photo Credit: Survival

LEGGI anche:

Indigeni dell’Etiopia: sfratti forzati per far spazio a piantagioni industriali e dighe

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