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giovedì 24 marzo 2016

Referendum trivelle: tutte le bufale di chi è a favore delle fonti fossili

referendum trivelle bufale

Manca sempre meno al referendum sulle trivelle. Il 17 aprile saremo chiamati ad esprimerci sulla proroga delle concessioni di estrazione di idrocarburi attualmente in corso entro le 12 miglia dalla costa. Si tratta di un referendum abrogativo e qualora vincesse il NO, permessi e concessioni alla scadenza sarebbero estese per tutta la durata di vita utile del giacimento.

Ma se vincesse il SI, si fermerebbero alla data della loro naturale scadenza senza alcuna proroga. Ciò sta accendendo gli animi. Il fronte del Sì sostiene che è inutile raschiare il fondo del barile dei nostri mari alla ricerca di petrolio e gas, ormai in quantità esigue. Il fronte del No invece pensa che sia utile svuotare definitivamente queste riserve andando oltre la “data di scadenza” inizialmente prevista.

Tuttavia, attorno al referendum sulle trivellazioni ruotano diverse considerazioni discutibili. Chiamiamole anche bufale. Analizziamo le più frequenti che ci sono giunte anche sui nostri canali social da parte dei nostri lettori:

1. Si perderanno tanti posti di lavoro

Secondo il Coordinamento Nazionale No Triv, la vittoria del sì non farebbe perdere alcun posto di lavoro. Infatti, prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati a votare il 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di 30 anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.

Se al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni, ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.

Parlando del gas, il destino delle aziende legate alla produzione nazionale non dipende dal prolungamento delle attività estrattive fino a esaurimento del giacimento per le 36 concessioni produttive (di cui 5 riguardano il petrolio) che insistono in zone marine poste entro il limite delle 12 miglia. Si tratta infatti di concessioni che hanno raggiunto i rispettivi picchi di produzione diversi anni fa e che oggi contribuiscono appena per il 20% alla produzione di gas in Italia.

2. La crisi del comparto Oil&Gas dipende dal referendum

Tutt'altro. La crisi del settore dura ormai da anni e non ha nulla a che vedere col referendum. Si parla piuttosto dell'assenza di una politica industriale definita da parte dei governi. A chiarirlo è stato Enrico Gagliano dal Coordinamento Nazionale No Triv:

“Negli ultimi anni i dati sullo stato di salute dell'upstream e del downstream tricolori non sono mai stati incoraggianti. Ad esempio, la crisi delle raffinerie perdura dal 2009: con i suoi -4 miliardi di euro in tre anni, stabilimenti utilizzati solo al 70% della capacità e rischio fallimento per il 60% delle aziende che lavorano nell'indotto , la raffinazione nazionale ha lasciato a casa migliaia di lavoratori”.

3. I giacimenti italiani soddisfano il nostro fabbisogno energetico

Non è così. L'Italia dipende molto dalle importazioni di petrolio e gas dall'estero ma incrementare le estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non sarebbe direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.

Ma c'è anche un altro dato. Gli idrocarburi presenti in Italia infatti appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano.

Esse versano allo Stato solo il 7% del valore della quantità di petrolio estratto o il 10% del valore della quantità di gas estratto. Va detto anche che non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno. Nell'ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.

4. Il rilancio delle attività petrolifere è un'occasione di crescita per l’Italia

Non è proprio così. Le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese hanno rivelato che anche se le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse petrolifere basterebbero a coprire il fabbisogno nazionale di greggio solo per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi.

Noi di greenMe.it voteremo perché non vogliamo più le trivelle nei nostri mari. Per questo la redazione ci ha messo la faccia.

5. Le trivelle non hanno alcuni impatto su paesaggio, turismo e posti di lavoro legati alla pesca

Lo abbiamo chiesto a Gianfranco Borghini, ex-parlamentare e Presidente del Comitato ‘Ottimisti e Razionali’ che sostiene il no, e a Enzo Di Salvatore, costituzionalista e co-fondatore del Comitato Coordinamento Nazionale No Triv, sostenitore del sì.

Per Borghini, le piattaforme si trovano ad una distanza dalle coste tale da non produrre un impatto significativo sul paesaggio. A suo avviso, sono più impattanti le pale eoliche sulle colline. Anche l'effetto sul turismo sarebbe nullo così come quello sulla pesca che “non solo non è danneggiata ma, come nel caso dei mitili, ne trae un vantaggio.”

Non è dello stesso parere Enzo di Salvatore, secondo cui l'mpatto sul turismo e la pesca è significativo in termini di PIL nazionale. I dati sono quelli presenti nel Vademecum che abbiamo distribuito nella campagna referendaria (disponibile a questo link, N.d.R.).

E voi? Inviateci le vostre foto e scrivete, come noi: “Io sto con il mare, il 17 aprile voto SI, #notriv”. Facciamoci sentire.

Francesca Mancuso

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