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venerdì 25 marzo 2016

Test chimici cutanei sugli animali: le alternative esistono, parola di una ricercatrice Enea

Test reach

Test chimici cutanei sugli animali: la Commissione Europea tarda a prendere una decisione relativamente alla modifica del Regolamento Reach, la normativa in vigore dal 2007 sull’immissione sul mercato delle sostanze chimiche.

Non c’è ancora un consenso unanime e non si è raggiunto nemmeno lo scorso 4 febbraio, per cui allo stato attuale i test richiesti per la determinazione delle proprietà di sensibilizzazione cutanea delle sostanze chimiche in commercio dovranno ancora essere effettuati in vivo, in generale su topi.

Oggetto della disputa è in particolare la parte di regolamento in base al quale le sostanze chimiche, per essere immesse sul mercato, devono essere testate anche per definire la loro interazione con l’epidermide in modo da stabilire i potenziali effetti relativi alla sensibilizzazione cutanea e oculare, e che attualmente impone test su animali da laboratorio vivi, generalmente topi.

Ricordiamo che le statistiche riportate dalla Commissione europea indicano che entro il 2018 il 35% delle 25mila sostanze chimiche registrate richiederà il test di sensibilizzazione cutanea, portando all’impiego di più di 200 mila topi, per i quali si prevedono quindi incredibili sofferenze.

La modifica proposta, ancora oggetto di dibattito, prevede la possibilità di evitare i test in vivo qualora i metodi in vitro permettano di trarre le conclusioni sulla sensibilizzazione. Anche se non impone ancora di vietare i test, ma solo di evitarli in caso quelli in vitro diano le risposte necessarie, rappresenterebbe comunque un significativo passo avanti rispetto alla situazione attuale.

Le alternative d’altronde esistono ed in parte sono utilizzate, come ci ha spiegato Francesca Carfì, ricercatrice chimica Enea da anni impegnata sul regolamento Reach:

“Per ridurre al massimo i test sugli animali vertebrati il Reach ha previsto già diverse limitazioni tra cui l’obbligo per i proprietari dei dati (ossia chi ha già effettuato test su animali) alla condivisione dei dati in suo possesso con tutti i registranti della stessa sostanza e la possibilità di evitarli laddove sussistano test in vitro validati, o metodiche alternative ai test di laboratorio quali per esempio l’utilizzo del Qsar (Quantitative structure–activity relationship) che permette di risalire alle proprietà delle sostanze se note le proprietà di sostanze strutturalmente simili”.

Test reach2

Ma non basta. Il prossimo passo dovrà essere l’eliminazione dell’obbligo di fare i test sulle nuove sostanze mediante l’utilizzo di animali vivi. Possiamo essere ottimisti? Secondo la Carfì sì, perché i test sugli animali vivi sono molto più costosi.

Se non sarà l’amore per gli animali a guidare la scelta, dunque, per una volta, ci aiuteranno gli interessi economici. Non tutti i mali vengono per nuocere, a volte.

RDC

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